
Ti stavi preparando di fronte a me,
accordavi lo stumento, giravi i piroli con una mano
e pizzicavi le corde con l’altra finché non trovavi l’intonazione che cercavi.
Ti guardavo.
Avevi una dimestichezza totale con il tuo stumento,
ma nella facilità con cui lo manipolavi c’era una cautela da addomesticatrice di tigri.
Hai fatto scorrere le dita sulle quattro corde della tastiera
e con l’altra mano hai iniziato a far scivolare il crine dell'arco facendo sgorgare cascate di note che mi ipnotizzavano.
Le tue dita si muovevano rapide e decise.
Avevi tutto sotto controllo, tutto pareva obbedire al tuo volere.
L’archetto accarezzava le corde che emettevano una vibrazione calda.
Gesti affascinanti, passionali.
Ti scrutavo e vedevo in te diverse nature contrastanti.
Venivano fuori a seconda della luce e da cui ti si guardava.
Da una certa prospettiva apparivi una suonatrice d’orchestra, seria e professionale.
Da un’altra emergeva l’aria da ragazzina sensuale e provocatrice,
da un’altra usciva il tuo lato combattivo e selavtico,
da un’altra sembravi una teppista impertinente,
e da un’altra una giovane signora borghese.
A tratti parevi timida, a tratti aggressiva.
L’insieme di queste immagini ti davano un nonsoché di affascinante ed intrigante.
E tremendamente erotico.
Ero in balia delle tue note e dei tuoi gesti.
Mi sono avvicinato a te, alle tue spalle.
Sentivo il calore del tuo corpo,
ti ho preso le mani e ti ho trascinato verso il divano.
Siamo caduti sui cuscini.
Ci siamo stretti e frugati sotto i vestiti, toccati con la bramosia di chi non riesce a trattenersi.
La pioggia batteva sui vetri bui e sui coppi del tetto sopra le nostre teste.
Picchiettava, scorreva e sgocciolava.
Ti ho abbracciato e ci siamo rotolati stretti.
Ci siamo baciati e strusciati come se volessimo mangiarci,
impazienti di eliminare gli abiti che ci coprivano
e percorrere con le mani ogni avvallamento di pelle nuda.
Ti guardavo inginocchiato su di te.
Le tue forme sembravano molto più dolci di come di come apparivano sotto i vestiti.
Le mie mani scivolavano sulla tua spalla, lungo il tuo braccio.
Sulle tue curve.
Sentivo sotto i miei polpastrelli la consistenza dei tuoi seni.
Mi sono chinato per baciarli.
Sentivo il tuo sguardo, le tue labbra dischiuse e il ritmo del tuo respiro.
Sentivo il sapore della tua pelle, il tuo sapore buono, il tuo sudore dolce da leccare.
Ti baciavo sulle orecchie e sul collo, ti leccavo la punta del naso, l’ombelico e il basso ventre.
E scendevo, pioniere del tuo corpo.
Ti sentivo partecipe, l’odore del sesso e della passione ci avvolgeva.
E le mie braccia ti avvolgevano, le tue gambe mi cingevano.
I nostri corpi si mescolavano.
Sentivo il tuo sapore sulla lingua, la consistenza del tuo corpo sui miei polpastrelli,
il tuo odore permeava nelle mie narici.
Tu eri li, al mio fianco.
La testa appoggiata al mio petto.
Avevi gli occhi chiusi ed un sorriso che scaldava il cuore.
Ti baciavo sui capelli, respiravo il tuo odore, scrutavo la tua espressione.
E sorridevo anche io.
Eravamo li, noi.
In ogni declinazione possibile…

(continuo)
Siamo saliti a piedi nella nostra camera,
come due ladri o come due bambini eccitati in un sogno,
sul tappeto spesso steso sopra i gradini.
Superata la soglia mi sono avvicinato a te, nella penombra della stanza.
Poca luce filtrava attraverso le finestre.
Ci siamo guardati da mezzo metro con le labbra socchiuse.
Attrazione e diffidenza.
Gelosia e incertezze.
Dolce e amaro che si mescolavano nei nostri occhi.
È questo il momento più terrificante di ogni incontro d’amore.
Che duri una sola notte oppure anni, l’inizio è sempre spaventoso.
Il momento in cui tutto può accadere, in cui si sta per abbandonarsi,
per scoprire qualcosa – tutto – l’uno dell’altra.
Ma ancora non si sa niente.
Affrontare la possibilità del piacere, o peggio,
della disillusione.
Un passo ed eri di fronte a me.
Ci siamo avvicinati come un uomo e una donna,
non come due adolescenti innamorati.
Ti ho preso intorno ai polsi e ti ho premuto contro il muro.
Avevo voglia di te
ed il tuo sguardo, il tuo respiro
me l’attizzavano come ossigeno il fuoco.
Ti stringevo,
e mi sembrava che la forza del contatto potesse risolvere tutte le tensioni diverse che avevamo dentro.
Siamo scivolati sul pavimento, e ti ho infilato una mano sotto alla gonna.
Sono salito tra le tue cosce con dita irriverenti.
Ti sbottonavo i vestiti e ti baciavo.
Ti baciavo dietro il collo, le orecchie, la bocca con foga.
Sentivo il tuo profumo, l’odore buono della tua pelle.
Mi inebriavo di te.
Ti abbandonavi all’indietro, non facevi nulla per resistere.
Ti guardavo gli occhi, le labbra dischiuse dalla bella forma,
il seno florido, gli avambracci, la pancia, l’ombelico
e le cosce lunghe e liscie e piene che si aprivano.
Sentivo la consistenza della tua persona,
sentivo la tua intima natura femminile,
la sentivo da dentro e da fuori.
E più ti sentivo, più le sensazioni si mescolavano ai pensieri.
Prendimi, prendimi, prendi i miei doni e il mio corpo
E le mie urla e le mie gioie e le mie rese e i miei cedimenti
E il mio terrore e il mio abbandono.
Prendi tutto quello che vuoi.
Mi sembrava di nuotare con forza morbida nella densità del tuo corpo e delle tue emozioni.
Mi sembrava di essere spinto e risucchiato dalla stessa tua identica onda che saliva e scendeva,
e mi trasportava con te.
Poi ho sentito che l’onda saliva ancora e ancorsa
e si rompeva in un verso più alto e lungo
Ed io, e tu, sempre più travolti e coinvolti.
Siamo rotolati, dopo, di lato, tutti e due con il fiato corto.
Poi abbiamo riso e ripreso il respiro.
Gioia, appagamento.
Stavamo bene.
Guardavamo il soffitto dal pavimento e ci guardavamo negli occhi
E ci passavamo le mani lungo le braccia
e sui fianchi e trai capelli.
Felici, sereni.
Coronamento di un desiderio, realizzazione di un sogno.
Vivevamo la realtà. Ci vivevamo.
E toccavo con mano la meraviglia.

La giornata era piovosa.
Noi chiusi dentro a quell pub di Londra che tu conoscevi molto bene.
Fuori il centro della città era deserto,
la nebbia ancora più fredda e densa di quando eravamo entrati.
Abbiamo lasciato scivolare sullo sfondo i problemi,
c’erano altri pensieri che venivano in primo piano,
eravamo troppo vicini e troppo presi dalla nostra vicinanza.
Ci guardavamo negli occhi e non mi sembrava di avere mai parlato così volentieri con qualcuno in vita mia.
Non mi sembrava di avere mai trovato una donna con una testa così spiritosa e libera e intelligente.
Più mi raccontavi di te, e più ti scoprivo vicina a me.
Più mi raccontavi di te più ti volevo vicino a me.
E provavo stupore ed ammirazione per la tua vita fuori dai limiti del prevedibile e del sicuro,
per le cose che avevi fatto per conto tuo, per il tuo continuo viaggiare,
il tuo vivere il mondo mentre i tuoi coetanei se ne stavano ancora a casa imbozzolati nelle cure della mamma.
Io cercavo di starti alla pari, tirare fuori tutti i lati intensi e divertenti della mia vita,
cercando di essere il meno banale possibile, di girare più lontano dai luoghi comuni.
Non era poi così difficile.
Nessuno di noi due si sforzava di apparire come non era.
Eravamo naturali e concentrati come non capita quasi mai,
attenti a quello che dicevamo e che sentivamo
e ai nostri sguardi e
al suono delle nostre voci,
ai minimi gesti e cambiamenti di espressione.
Non era solo quello che ci dicevamo, ma era anche il modo in cui ci raccontavamo le cose,
come se ti conoscessi da sempre, come se fossimo amici, amanti, fratelli,
non so, davvero non lo so cosa mi stava succedendo e perché accadono queste cose.
Perché accade che due persone che non si sono mai viste prima
possano entrare in un contatto così stretto, intimo, essenziale… direbbe Banana
Complici, aggiungo io.
Mi sono avvicinato a te, ti ho stretta in un abbraccio forte.
Tu ti sei dibattuta e ridevi.
Ti ho baciato sulla faccia e sul collo.
Era incredibile.
Era incredibile stare così vicini e stare così bene senza fare nulla di speciale.
Il tuo modo di parlare, la tua voce, così vicina mi facevano venire la pelle d’oca.
Ti guradavo le labbra e gli occhi e la fronte e il naso.
Gurdavo il tuo viso che mi sembrava di conoscere così poco.
Ci siamo alzati senza dire altro.
In quel momento avevamo una comunicazione fatta solo di sguardi e respiri.
Abbiamo camminato veloci sull’asfalto, abbracciati, senza dire nulla e mi sembrava di stringere una persona ancora più incredibile di quella che avevo conosciuto fin ora.
E mi piaceva.
E mi piacevi.
Ogni tanto ci giravamo a guardare la luna alle nostre spalle,
tonda, grande e bianca che faceva capolino tra la nebbia.
Mi sembrava luminosa come non l’avevo mai vista.
Siamo passati di fronte ad un bell’albergo, ti ho stretto forte e sorridendo ti ho sussurrato all’orecchio “questa notte dormiamo quì” .
Tu hai sorriso, un sorriso complice.
Mi hai guardato negli occhi ed era come se avessi intuito che questa notte ci avrebbe traghettato in un altro mondo, sconosciuto e seducente, fitto di sentieri tortuosi e di passerelle fragili, sospese su burroni di chissà quali indecenze.
(continua)

Nell’ombra esplode la TUA immagine nel più oscuro buio.
Piccoli pezzi di me salgono dal basso profondo,
vorticano impazziti, si contorcono, si intrecciano
Sfiorandosi creano effimeri bagliori.
La TUA immagine mi ha trafitto anima e corpo
Il petto si contorce,
è una fitta,
adrenalina in eccesso,
palpitazioni.
Il corpo non controlla il cuore che batte frenetico
È il tamburo che ritma la folle danza.
Ti desidero, ti voglio.
Ti sento.
È tutto vero, reale
Inconsistente e così concreto
Non posso toccarlo ma inonda la pelle.
Rimango in balia di me stesso
Affascinato e immobile.
Palcoscenico e spettatore.
Tutto è stupendo,
TU sei stupenda,
una Meraviglia.
E’ un sogno che non vorrei terminasse mai.
TU riesci a scalfire
la mia maschera.
La TUA immagine grava sulla coscienza.
Immagini indelebili,
ecco ciò che adesso
permane di TE nella mia testa.
Immagini incastonate in istanti che non lasciano la mia mente.
Meraviglia…

Sei arrivata quasi subito.
Sono rimasto bloccato, con la cornetta del citofono in mano, vicino alla porta.
Avevi addosso una giacca di pelle da motocilista, un paio di jeans scoloriti che ti davano un’aria da teppista e due occhi enormi, fatati, come due acquemarine che rifulgono al buio, occhi di una tale profondità che al primo contatto sembrava di annegare in un mare di emozioni.
Ovunque quegli occhi si posassero, ogni oggetto acquistava significato.
Sei entrata e abbiamo aperto una bottiglia, iniziato a bere e chiaccherare,
il tempo passava accompagnato da sorrisi e sguardi intensi.
Eravamo ubriachi tutti e due, quasi non riuscivamo a pronunciare una parola limpida né fare un gesto netto.
Ci siamo alzati e ti ho stretto a me accarezzando il tuo corpo,
e tu mi hai detto di andare nell’altra stanza.
Ondeggiavo come sul ponte di una nave in preda all’alcol ed all’eccitazione.
Mentre andavamo verso la stanza da letto respiravo il tuo profumo ed i battiti del cuore sembravano impazziti.
Il vino mi dilatava le percezioni al punto di rendere l’aria densa come miele,
ogni gesto sembrava lasciasse una scia.
Ti ho baciata stretta e sono caduto sopra di te sul letto dalle lenzuola rosse.
Ti annusavo i capelli che sapevano di primavera,
e dietro le orecchie
e alla base del collo dove avevi messo qualche goccia di un profumo che,
misto all’odore della tua pelle, aveva su di me un effetto inebriante.
Mi perdevo.
Assorbivo con i polapastrelli la consistenza del tuo corpo sotto i vestiti.
Ti ho sfilato le scarpe con quel tacco 12, ti ho sbottonato la camicia sfilandotela con grande lentezza.
Ogni gesto era trattenuto dal gioco di autocontrollo che avevo fatto con te fino a quell’istante.
Facevo scorrere le dita solo ai margini delle tue zone sensibili,
insinuavo appena la mano sotto il tuo reggiseno e su per le calze.
La ritraevo subito.
E ricominciavo il percorso.
Tu eri ansiosa, non avevi più intenzione di rispettare dei limiti.
C’era una specie di fuoco persistente nel tuo respiro e nei tuoi gesti,
nel tuo modo di sbottonarmi la camicia e togliermela a piccoli strattoni.
Nel tuo modo di inarcarsi all’indietro con le gambe e le labbra dischiuse.
Ti ho sfilato la gonna, passato le mani su per le cosce fino all’elastico delle calze autoreggenti, sotto il liscio inconsistente delle culotte di pizzo.
La tua pancia era tesa e piatta.
Ti ho leccato l’interno di una coscia, ti ho leccato l’ombelico, le costole che sporgevano sulla pelle bianca, ti ho leccato un seno sotto la seta del reggiseno, leccato il collo.
Scorrevo le mani e la lingua sul tuo corpo leggero e pensavo che in fondo era questo che volevo quando ero scappato dalla pesantezza della vita.
Ti ho sfilato le culotte con la più grande lentezza,
perso nel contatto e nell’odore e nella temperatura e nel battito rapido dei cuori,
nella compressione di stati dovuta alla lentezza del nostro avvicinamento.
Mi sentivo un pianista di donne con un repertorio illimitato sulla punta dei polpastrelli,
l’idea mi comunicava un’esaltazione come mi era capitato poche volte in vita mia.
Ti baciavo il seno, l’incavo glabro delle ascelle, ti mordicchiavo i lobi teneri delle orecchie e le labbra.
Assorbivo i tuoi respiri soffiati ed il tremito che ti passava attraverso il corpo.
I tuoi occhi erano pieni di meraviglia, come se ti aspettassi un miracolo al giorno.
Io non posso lasciarti andare via proprio adesso.
Voglio andare in giro con te, in posticini sconosciuti,
anche solo per dire “sono stato qui con te”.
Sono insaziabile, vedi?
Da te vorrei l’impossibile.
Cosa sia non lo so. Probabilmente sarai tu a dirmelo.
Sei più brava di me.
Tu mi rendi felice anche perché con te riesco a parlare.
Con te mi sento a mio agio in tutto.
Dicevo queste cose un po’ perché ero ubriaco, ma tu capivi cosa intendevo.
Hai sempre avuto l’aria di sapere quello che volevo dire.
Con te mi sentivo vivo.
Con te tutto il mio essere sbocciava ed ogni singola cellula riceveva linfa e nutrimento.
Potevo finalmente percepire la mia vera vita.
Il mio vero io.